domenica 22 marzo 2009

PRATO,LA CINA E LA CRISI DEL SISTEMA

Le inchieste di Annozero del 19 marzo su Prato sono state illuninanti.
Nella stessa città da una parte rischia di cadere l'industria tessile italiana e dall'altra gli stabilimenti cinesi semiclandestini lavorano con lavoro nero e sfruttamento di tipo quasi schiavistico giorno e notte producendo enormi quantità di merci.
Tutti si dichiarano esterrefatti, ma questa è la realtà e sulla realtà bisogna ragionare.
Non solo a Prato, ma in tutta Italia, continuano ad aumentare i numeri dei lavoratori, spesso portatori di storia e di esperienze insostituibili, mandati (se va bene) in cassa integrazione e (se va male) a casa senza stipendio e senza assistenza. A Prato va peggio che altrove in conseguenza dello spezzettamento in numerose microimprese del processo lavorativo (con mancanza di ammortizzatori sociali) e ovviamente i lavoratori sono esasperati e disperati.
Di fronte a una situazione di questo genere non è il caso di smettere le chiacchiere e riflettere seriamente e soprattutto di riflettere sulla dinamica di "sviluppo" del capitalismo moderno?
La prima domanda, come si suol dire, nasce spontanea: come mai una situazione di crisi coesiste gomito a gomito con una di produzione galoppante? Si può rispondere facilmente come tutti gli intervistati fanno: perchè i prezzi dei cinesi sono molto più bassi. Verissimo, ma perchè possono essere molto più bassi, in misura tale da non essere giustificabili con la pur minore qualità dei tessuti e capi prodotti? Si tratta sia per i cinesi che per gli italiani di produzioni capitalistiche, quindi condizionate e sospinte dal profitto. Evidentemente in un caso ( i cinesi ) il profitto c'è anche se i prezzi sono molto più bassi, nell' altro c'è solo a prezzi molto più alti che non consentono di rimanere nel mercato, oltre a dar luogo a produzione, anche se di qualità migliore, sempre più difficilmente vendibile per la contrazione del mercato conseguente alla crisi.
A questo punto ci si chiede: come fanno i cinesi a produrre profitto se i prodotti costano molto meno? Distinti i fattori della produzione in capitale costante (materie prime, macchinari e annessi) e variabile (forza lavoro) e considerati per forza equivalenti i costi del capitale costante (siamo nello stesso stato e addirittura nella stessa città) si deve arrivare necessariamente alla conclusione che è diverso il costo del capitale variabile, cioè che la forza lavoro costa molto, ma molto meno.
In altri termini, i lavoratori cinesi rispetto a quelli italiani (comunque si vogliano denominare, anche se appaiono come artigiani indipendenti) sono sottopagati in modo abnorme. ed infatti l'inchiesta mostra come addirittura (ma lo stesso accade in Cina- vedi il bellissimo documentario "China blue") i dormitori siano ricavati in anditi minuscoli e malsani annessi agli stabilimenti, chiusi all'esterno. Si tratta, in Italia, come in Cina, di una forma di semischiavismo nell'ambito di un capitalismo selvaggio.
Quindi nel caso dei cinesi, si può dire che la Cina in un sistema globalizzato come il nostro vince nella concorrenza aumentando enormemente la quantità di plusvalore assoluto, per la riduzione della retribuzione nominale e reale dei lavoratori (che tra l'altro non hanno assistenza nè tasse da pagare) che i lavoratori europei non possono accettare perchè a livello di mera e minima sussistenza.
Il capitalismo cinese in questo modo ha contrastato la tendenza generale alla caduta tendenziale del saggio di profitto e si è assicurato notevoli quote di mercato e di profitto: la società cinese è divenuta quella in cui i dislivelli tra ricchi e poveri sono i più alti del mondo. L'1% di capitalisti possiede il 90% della ricchezza del paese (così afferma Li Datong in Internazionale n.785). E tutto questo in poco più di 30 anni di sviluppo capitalistico, dopo la svolta del 1976. Non v'è dubbio: un risultato notevole sul piano statistico.
Non mancano i tentativi di imitazione, dal Vietnam alla Romania. Anche da noi con l'istituzione dei contratti atipici (ormai almeno il 50% dei rapporti di lavoro sono ragolati in questo modo) si è cercato di ridurre in tutti i modi il costo della forza lavoro. Ma come si fa ad arrivare al livello cinese? Sembra difficile.
Le organizzazioni dei lavoratori e della sinistra tradizionalmente legate ai lavoratori di fronte a ciò sono rimaste sostanzialmente passive, per dirla con Gramsci hanno subito l'egemonia culturale e politica prima ancora che economica della classe dirigente e, di fronte allo "sviluppo" cinese, si sono profuse in apprezzamenti ed elogi senza dimostrare alcuna solidarietà ai lavoratori cinesi e senza denunciarne lo sfruttamento semischiavista.
Adesso i nodi vengono al pettine e tutto ciò si paga con gli interessi. Il colossale sviluppo della Cina, attuato in questo modo diseguale, ha allontanato la crisi mondiale del sistema per un certo periodo, ma paradossalmente ha contribuito a creare le condizioni di una crisi molto più grave del previsto, quando si è manifestata, come tutti possono vedere. Infatti i capitali si sono dislocati dove il profitto era maggiore, si è sopperito con bolle finanziarie alla mancanza o riduzione dei capitali per investimenti nei paesi sviluppati fino a conseguenze prima mai viste (si parla di prodotti finanziari derivati pari a 25 o 30 volte il prodotto lordo mondiale) e quando le bolle sono scoppiate la situazione è apparsa in tutta la sua gravità. E siamo solo all'inizio.
Quando poi la produzione crolla e non c'è più lavoro (salvo quello sottopagato) vengono a mancare anche i mezzi per finanziare gli ammortizzatori sociali e la situazione si aggrava ulteriormente. Ecco perchè quando i lavoratori di Prato chiedevano aiuti (ad esempio cassa integrazione anche per le piccole e piccolissime imprese o per i lavoratori atipici) i politici non sapevano più cosa rispondere cosicchè Castelli chiedeva dove si potevano prendere i soldi e Ferrero indicava improbabili recuperi di condoni non pagati (con i tempi della giustizia italiana). Per non parlare di Franceschini e della sovratassa sui redditi oltre i 120.000 euro annui, che grazie al sistema fiscale del nostro paese sono pochissimi.
Quindi una situazione senza rimedio che si va avvitando su se stessa.
Non è per niente piacevole scrivere queste cose: vorrei tanto che non fossero vere, ma credo che si debba guardare in faccia la realtà. Alla faccia di quelli che sostengono di essere non ideologici e che continuano a ritenere quello capitalista il migliore, o addirittura l'unico dei mondi possibili, credo vada chiarito che l'origine di tutto è proprio nelle caratteristiche del sistema.
Infatti quando il profitto è il motore dell' economia tutto è subordinato al profitto e il resto tende a non contare più nulla. L'economia, invece, per progredire realmente, dovrebbe essere indirizzata da scelte basate su valutazioni razionali dell'interesse generale. In questo modo vi sarebbe lavoro e benessere per tutti, ma si metterebbero inevitabilmente in discussione i fondamenti del sistema stesso, che in realtà è divenuto il vero e fondamentale ostacolo al progresso.
Qualcuno inevitabilmente domanderà: in che modo è possibile almeno contrastare questo processo? Pensiamoci un attimo . Eliminiamo la spiegazione o i rimedi puramente finanziari (soldi) che distorcono il problema: infatti il danaro ormai in gran parte fasullo (titoli derivati) ha un senso ed un valore solo in quanto rappresenta lavoro consolidato in prodotti che fanno effettivamente crescere la ricchezza. Se mancano questi, il resto è carta straccia e la crisi delle banche lo sta dimostrando. Quindi solo la produzione secondo criteri razionali può intervenire sui meccanismi in atto. Il capitalismo invece ha improntato di sè e dei suoi spesso immediati interessi tutta l'attività lavorativa. Il lavoro è frammentato e parcellizzato e i contratti atipici (a termine, a progetto o simili) hanno in buona parte sostituito queli a tempo indeterminato che costituivano garanzia per i lavoratori. La classe lavoratrice si è così venuta a trovare, spesso con il consenso delle stesse organizzazioni sindacali o di parte di esse, in condizioni di totale subalternità ed ha aperto strada facile alle peggiori distorsioni inevitabilmente prodotte da un sistema lasciato alle "libere" forze del mercato. Esempio evidente: la filosofia dell'accordo quadro e della deregolamentazione ed elasticità dei contratti di lavoro specie nella parte economica ha l'evidente scopo di ridurre il costo del lavoro che si diversifica luogo per luogo in base ai rapporti di forza. In questo modo si svuota di fatto l'art.36 della Costituzione (diritto ad una retribuzione idonea ad assicurare al lavoratore ed alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa, secondo una reminiscenza roosveltiana) e si consentono salari sempre più ridotti e rapporti di lavoro sempre più incontrollabili. Ma allora, perchè mai ci lamentiamo del semischiavismo cinese? Anzi, i cinesi sono perfettamente in linea col "nuovo corso" e lo hanno anticipato. Il sistema è "libero" di determinare il costo del lavoro e in base ai profitti decidere la produzione e dislocarla dove vuole e gli conviene. Lo stesso è accaduto con l'allargamento della Comunità europea, fatto in sè positivo, che tuttavia in mancanza di garanzie sociali adeguate ha fatto sì che molta parte della produzione venisse spostata in base alle convenienze del basso costo del lavoro, con impoverimento generale. Alla grande parola d'ordine "lavoratori di tutto il mondo, unitevi" si è di fatto sostituita quella "lavoratori di tutto il mondo, dividetevi", con conseguenze storicamente disastrose.
In definitiva è accaduto che la mancanza di solidarietà dei lavoratori (per effetto dell'egemonia borghese) e delle organizzazioni che avrebbero dovuto rappresentarne gli interessi, non solo ha determinato un danno ai lavoratori supersfruttati, che nessuno ha difeso, ma si è ripercossa sulle condizioni di tutti i lavoratori e, per i meccanismi irrazionali del sistema, ha contribuito a ostacolare il funzionamento del sistema stesso divenendo rilevante fattore di crisi. Di fatto le organizzazioni della "sinistra", mantenendo un atteggiamento che Gramsci avrebbe chiamato economico-corporativo (quando non addirittura colluso per ragioni di interessi individuali), non solo hanno danneggiato i lavoratori, ma lo stesso sistema economico, dato che il capitalismo lasciato a sè stesso è sempre più in difficoltà non riuscendo ad uscire da una crisi indotta dai suoi stessi meccanismi.
Ecco un primo obiettivo antagonistico: salario minimo garantito adeguato all'art. 36 e condizioni di lavoro minime garantite per tutti i lavoratori europei o almeno per tutti quelli che lavorano in Italia, quale che ne sia la nazionalità e il tipo di contratto, e sanzioni penali pesanti per chi non lo rispetti con rafforzamento degli organismi investigativi e procedibiltà d'ufficio.
Per portare avanti questo ed altri analoghi obiettivi condizione indispensabile è l'unità di tutti i lavoratori e delle forze progressiste per attuare quanto meno una politica che introduca forti correttivi nel funzionamento del sistema in modo da determinare scelte economiche effettive più razionali. La destra, come si vede, si unisce, mentre la "sinistra" è sempre più divisa e politicamente debole. Solo invertendo questa situazione si può cominciare a pensare come contrastare la crisi.
22 marzo 2009