lunedì 18 gennaio 2010

JEFFERSON, ROOSEVELT E LA COSTITUZIONE



Si potrebbe discutere di questo problema da un punto di vista storico, ma le ultime uscite di Berlusconi (applaudito dalle schiere dei servi opportunisti di cui è ormai è piena l'Italia), che non nasconde la sua volontà di modificare anche formalmente la Costituzione, da lui definita bolscevica e comunista (come tutto ciò che non gli piace), costringono a chiarire.



Viene in soccorso anche qui Michael Moore con il suo splendido film "Capitalism a love story", commovente in particolare nella parte in cui richiama l'insegnamento di Franklin Delano Roosevelt, che per l'origine della Costituzione italiana è particolarmente importante.



Prima però bisogna capire cosa intendevano per diritti di libertà i grandi rivoluzionari americani ( e francesi e tedeschi e inglesi e italiani ) del Settecento e dell'Ottocento.



Jefferson, l'autore della Costituzione americana, la prima illuminista ad essere fatta propria da uno stato nella realtà, dichiarava che una ribellione del popolo era periodicamente necessaria come monito alla classe dirigente per il mantenimento della democrazia e per rinvigorire l'albero delle libertà. Non aveva nessuna fiducia nella classe dirigente capitalista, al punto di affermare, come Michael Moore ha giustamente ricordato, che le istituzioni bancarie sono più pericolose degli eserciti per la libertà del popolo. Nella costituzione americana si parla sempre di potere del popolo e non vi è alcun riferimento ad un sistema capitalista come quello che poi di fatto in America ha prevalso.



Roosevelt cercò di opporsi. Mise in guardia (v. mio intervento precedente ) contro il rischio di una formazione di un potere oligarchico assoluto che avrebbe di fatto distrutto la democrazia. In vari discorsi, tra cui uno documentato in video nel film di Moore, afferma l'idea che con lo sviluppo verificatosi negli USA la semplice proclamazione formale dei diritti di libertà della Costituzione era insufficiente. La libertà formale - diceva - senza libertà dell'uomo dal bisogno è inutile. Nessun uomo potrà essere veramente libero finchè non gli saranno in concreto riconosciuti il diritto ad una retribuzione adeguata ai bisogni suoi e della famiglia, e quindi il diritto al lavoro; il diritto alla casa; il diritto all'istruzione ed all' assistenza sanitaria. Solo con l'effettiva acquisizione di questi diritti fondamentali ogni uomo può acquisire una sua dignità ed essere veramente libero anche di parlare, di esprimere opinioni, di muoversi, di scrivere senza condizionamenti. Solo l'intervento del potere pubblico per limitare lo strapotere dei capitalisti, continuava a ripetere Roosevelt, può creare le condizioni per l'esercizio reale dei diritti dell'uomo. Questi infatti in concreto scompaiono quando il lavoratore è ridotto a schiavo ignorante sottopagato e senza potersi curare adeguatamente.



Era precisa intenzione di Roosevelt, terminata la guerra, tradurre in leggi queste affermazioni ed è probabile che se fosse vissuto la storia avrebbe fatto un passo in avanti.



Ciò come si sa non accadde e la storia degli USA e del mondo è stata bloccata, mentre ora stiamo assistendo alla logica conseguenza di questa scelte, la degradazione del sistema. Questo degrado si accentua tanto più quanto meno i politici riescono a capire la relazione tra la crisi e i meccanismi del capitalismo, cosicchè siamo arrivati al punto che l'umanità rischia l'estinzione.



Ma, e la Costituzione italiana? Non voglio richiamare svariati interventi di autorevoli costituzionalisti. Basta comunque leggere i discorsi di Roosevelt per capire che è proprio nel suo pensiero che va cercata l'origine del nostro dettato costituzionale, scelta resa possibile dalla sconfitta del nazifascismo e dalla vittoria in quel momento di idee semplicemente democratiche.



Parlare di comunismo, allora come oggi, è solamente assurdo e paranoico per la semplice ragione ( che chissà perchè nessuno vuole intendere ) che un sistema comunista ( tale, per dirla con Marx, da garantire a tutti il soddisfacimento dei loro bisogni in cambio dell'apporto di ciascuno secondo le sue capacità ) non è mai esistito in concreto (come si dovrebbe sapere per Marx i nomi non contavano, contavano gli effettivi rapporti di produzione ) e costituisce semmai come poteva dire Gaber un'antica speranza o come potremmo pensare noi un ideale di un futuro sicuramente non vicino.



Quello che invece fa paura è il fatto che la costruzione di una società democratica razionale e tendenzialmente egualitaria mette in pericolo i privilegi delle classi che sono al potere i cui esponenti non riescono nemmeno lontanamente a pensare che è proprio il loro sistema ( che è solo fuorviante chiamare con i nomi di sistema liberale o di mercato, e che bisogna chiamare col suo nome cioè capitalismo) alla base della crisi e del degrado.



La nostra Costituzione, in quest' ottica, è stata gradualmente svuotata dall'interno e ridotta per lo più ad un guscio vuoto puramente formale. Il bisogno prioritario della nostra società non è quindi per nulla quello di riformarla (salvo aspetti assolutamente marginali), ma , al contrario, di attuarla effettivamente, se vogliamo cominciare a risalire il baratro in cui stiamo precipitando. Infatti il degrado politico e culturale è strettamente collegato a quello del capitalismo italiano, indebolito come altri e probabilmente più di altri dall'evoluzione mondiale e dall'impetuosa crescita senza freni del capitalismo schiavistico cinese. Non si tratta quindi solamente di una questione di corruzione personale di pochi o tanti, ma di un'intera classe dirigente allo sbando, compresa quella che avrebbe dovuto dirigere il movimento dei lavoratori, che ha perso il senso della sua stessa esistenza e si rifugia nelle controversie di potere personali dove trionfa, per dirla con Guicciardini, "il particulare".
Più che mai attuale è perciò il richiamo del nostro piccolo grande sardo Antonio Gramsci alla necessità di una grande riforma intellettuale e morale. E su questa strada crediamo sia molto importante quello che un grande rivoluzionario come Jefferson e un grande presidente come Roosevelt ci hanno insegnato.



18 gennaio 2010



sabato 19 settembre 2009

60 ANNI FA:CHI E' FUORI DEL TEMPO E DELLA STORIA?




60 anni fa, il primo di ottobre del 1949, i giornali relegavano per lo più nelle pagine interne in poco spazio questa notizia: a Pechino era stata proclamata una "repubblica popolare cinese" da un certo Mao Zedong.



Era una notizia che faceva male ai potenti di tutto il mondo, che avevano creduto in Cina come in altri paesi di poter manovrare i popoli con classi dirigenti corrotte usando il potere del denaro, delle armi e della subordinazione economica.




A Pechino, nell'immensa piazza Tien Anmen, sfilava un esercito di oltre un milione di uomini quale il mondo e la storia non avevano mai visto: un esercito di contadini "straccioni" in armi senza enfasi, senza spirito militaresco, senza orpelli e medaglie e sulla tribuna un uomo, anch'egli semplicemente vestito come loro, attorniato da donne e uomini come lui, gridava:"Ed ora i reazionari di tutto il mondo stiano in guardia. Il popolo cinese si è levato in piedi e non sarà mai più oggetto di disprezzo. Questo non è che il primo passo di una nuova lunga marcia".




Solo poco più di dieci anni prima un piccolo esercito di diecimila superstiti di una lunga marcia tra mille battaglie attraverso gran parte della Cina, continuamente attaccato da forze militari enormemente superiori del governo del Kuomintang, era giunto in un luogo quasi sperduto del nordovest cinese, Yanan. Qui Mao e i suoi avevano costruito una base politica e culturale per combattere contro il Giappone, che aveva invaso la Cina.




Si è molto discusso sulla lunga marcia, che era stata in realtà una ritirata resa necessaria da gravi errori di linea politica e militare della dirigenza del partito comunista e dell'armata rossa, collegati proprio alla marginalizzazione di Mao, il quale aveva fondato i soviet del sud ma era stato attaccato ed esautorato dai burocrati del partito e dell'internazionale con l'accusa di deviazionismo prima di sinistra e poi di destra. Poichè col cambiamento di direzione politica avvenuto di fronte al pericolo di sconfitta totale si erano poste le premesse della vittoria, si è cercato, e si cerca, di sminuire in tutti i modi la lunga marcia. Ma, a parte le falsificazioni storiche oggi di moda, non è questo il punto.




Il punto è: come ha potuto un piccolo esercito malato e malnutrito, reduce da un'impresa titanica ai limiti delle possibilità umane, per di più dovendo combattere contro l'esercito giapponese, trasformarsi in pochi anni in un movimento politico e militare così ampio da coinvolgere il popolo e conquistare la Cina?




Si può pensare che avesse avuto aiuti dall'esterno, ma anche questo non è vero. Dopo la morte di Roosevelt il governo americano, che fino ad allora aveva mantenuto una certa neutralità, si era schierato decisamente dalla parte del Kuomintang, che aveva rifornito abbondantemente di armi e di aiuti.




E l'URSS? Stalin, che attraverso l'Internazionale aveva imposto al partito cinese una direzione disastrosa e politicamente erronea causa dei rovesci subiti, sconfitti i Giapponesi in Manciuria da parte dell'Armata Rossa, aveva consegnato le armi acquisite al governo di Chiang Kai-shek, mettendo i comunisti cinesi in condizioni di ancor maggiore difficoltà.




Ed allora?




In genere questa domanda non viene nemmeno posta dai "grandi" commentatori e storici occidentali, proprio perchè non sanno o non vogliono dare l'unica risposta possibile, con cui le falsificazioni svaniscono come neve al sole.




Per capire meglio, facciamo un esempio. Vi sono nella storia vera 'grandi' uomini, che hanno dato importanti contributi, ma di cui non si vuole parlare, o si parla in modo deformato, perchè hanno operato contro il potere. Uno di questi, ad esempio, di cui ci si dovrà ricordare in Italia, è Guido Picelli, capo degli Arditi del popolo di Parma e morto in Spagna con le Brigate Internazionali. Un altro è il medico canadese Norman Bethune, un predecessore, se posso dirlo, di Gino Strada, anche se in tempi e con sensibilità diverse.




Anche il dottor Bethune era stato in Spagna con i repubblicani dando senza risparmio il suo apporto di medico sul campo. Conclusa la guerra di Spagna, si era guardato intorno perchè non voleva arrendersi. Aveva studiato e compreso la situazione cinese ed era partito per Yanan dove, dopo uno dei suoi colloqui notturni in cui, usando una dialettica di tipo socratico, riusciva a comprendere molto bene chi aveva di fronte, Mao lo aveva messo a capo, senza alcuna esitazione, del servizio medico dell'Armata rossa. Pochi mesi dopo Bethune moriva per un'infezione contratta durante un intervento operatorio sul campo. Celebrando Bethune in un discorso memorabile, Mao esaltava e faceva condividere a tutto il popolo i valori dell'internazionalismo, contrapposti all'egoismo ed allo sfruttamento portati dall'imperialismo. Anche per fatti come questo, sempre più donne e uomini che volevano cambiare la Cina e farla finita con l'imperialismo ed il feudalesimo arrivavano spontaneamente a Yanan e il movimento continuava ad ingrossarsi. Sempre più contadini decidevano di farla finita collo sfruttamento a cui erano sottoposti da secoli e si ribellavano unendosi all'esercito "di straccioni" di Mao. Norman Bethune, e tanti come lui, avevano dato la loro vita, ma il loro scopo era raggiunto, perchè il popolo cominciava a capire, e quello che contava era che il popolo capisse.




Chiudendo il settimo congresso del partito l'11 giugno 1945, Mao pronunciò un discorso dicendo fra l'altro:
"Un’antica favola cinese, intitolata Come Yu Kung rimosse le montagne, racconta di un vecchio che viveva tanto, tanto tempo fa nella Cina settentrionale ed era conosciuto come il “vecchio matto delle montagne del nord”. La sua casa guardava a sud, ma davanti alla porta due grandi montagne, Taihang e Wangwu, sbarravano la strada. Yu Kung decise di spianare, con l’aiuto dei figli, le due montagne a colpi di zappa. Un altro vecchio, conosciuto come il “vecchio saggio”, quando li vide all’opera scoppiò in una risata e disse: “Che sciocchezza state facendo! Non potrete mai, da soli, spianare due montagne così grandi”. Yu Kung rispose: “Io morirò, ma resteranno i miei figli; moriranno i miei figli, ma resteranno i nipoti e così le generazioni si susseguiranno all’infinito. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte; a ogni colpo di zappa, esse diverranno più basse. Perché non potremmo spianarle?” Dopo aver così ribattuto l’opinione sbagliata del vecchio saggio, Yu Kung continuò il suo lavoro un giorno dopo l’altro, irremovibile nella sua convinzione. Ciò impietosì il Cielo, il quale inviò sulla terra due esseri immortali che spianarono le montagne. Oggi due grandi montagne opprimono con tutto il loro peso il popolo cinese: una è l’imperialismo, l’altra il feudalesimo. Il Partito comunista cinese ha deciso già da lungo tempo di spianare queste due montagne. Dobbiamo essere perseveranti e lavorare senza tregua e noi pure commuoveremo il Cielo. Questo Cielo non è altro che il popolo di tutta la Cina. Se esso si solleverà per spianare con noi le montagne, perché non potremmo riuscirci?"
Il Dio del Cielo si impietosì. Ed accadde allora un fatto senza precedenti: gli USA, che mandavano armi a Chiang Kai-shek per aiutarlo, in realtà aiutavano l'esercito degli "straccioni", perchè i soldati del Kuomintang disertavano e portavano con sè le armi. Il regime reazionario si scioglieva perchè era stato sconfitto, prima ancora che sul piano militare, sul piano politico. Il capo di questa incredibile rivoluzione non portava armi e non aveva gradi, basando la sua autorità sul suo prestigio politico.




Molte cose sono accadute dopo di allora. Mao è morto (nello stesso anno del primo ministro e suo vecchio amico Zhou Enlai, la "bambinaia della Cina"), il corpo mummificato contro la sua volontà è stato usato come copertura, le sue opere in Cina sono state in gran parte nascoste o distrutte e del partito rivoluzionario che aveva fondato è rimasto solo uno scheletro vuoto, privo di prospettive e di avvenire, come direbbe Gramsci senz'anima e senza volontà. Il popolo cinese è tornato ad essere sfruttato ed oppresso dall'imperialismo, in pieno accordo con il capitalismo cinese. Il supersfruttamento di questo popolo ha consentito al sistema di prorogare la crisi che sta ora iniziando. La vittoria di 60 anni fa sembra molto lontana. I sacrifici fatti dai rivoluzionari sembrano divenuti inutili



Tuttavia il sistema attraversa una grave crisi, che è assieme economica, energetica ed ecologica e lo stesso sviluppo ad ogni costo della Cina in forme irrazionali ne è una delle cause. La borghesia cinese, andando contro l'idea di Mao di un progresso razionale, diretto dal basso dai lavoratori, decentrato e fondamentalmente autosufficiente, ha determinato una situazione sempre più insostenibile non solo sul piano sociale, ma anche su quello ecologico e la crisi del capitalismo americano la indebolisce ulteriormente. Il capitalismo cinese, come quello americano, non funziona più.



Ed allora, chi sa che non si ponga prima o poi la domanda: chi è fuori del tempo e della storia, l'idea dello sviluppo senza regole ad ogni costo quale che sia il colore del gatto (cioè del sistema, capitalista o socialista) che deve prendere i topi, o l'idea di uno sviluppo razionale autogestito dal basso dal popolo "straccione" divenuto padrone del suo destino? Chissà che qualcuno torni a ricordare il primo ottobre 1949 come una data fondamentale del progresso umano.



Io credo che la storia prima o poi dovrà dare la risposta.

martedì 16 giugno 2009

Bravo Michael


Riproduco parte di un intervento di Michael Moore che mi sembra di grande interesse:



"Vent' anni fa, quando ho girato "Roger e me", ho cercato di gettare l' allarme su quello che sarebbe successo alla General Motors. Se quelli che comandavano mi avessero ascoltato, forse oggi non saremmo in questa situazione. Percio' chiedo che questi suggerimenti siano presi in onesta e sincera considerazione.1.Proprio come Roosvelt dopo l' attacco di Pearl Harbor, il presidente deve dire al paese che siamo in guerra e dobbiamo subito convertire i nostri impianti automobilistici in modo che producano veicoli per il trasporto collettivo e mezzi a energia alternativa. Nel 1942 la Gm fermo' la produzione di auto e uso' le linee di montaggio di Flint per costruire aerei, carri armati e mitragliatrici. La riconversione fu immediata. Tutti si misero al lavoro. Il fascismo fu sconfitto.Oggi siamo in una guerra diversa: dobbiamo difendere l' ecosistema dall' attacco dei manager delle nostre aziende.Questo conflitto ha due fronti. Uno ha il suo quartier generale a Detroit: dalle fabbriche di Gm, Ford e Chrysler escono armi di distruzione di massa potentissime, responsabili del riscaldamento globale e dello scioglimento delle calotte polari. Quelle cose che chiamiamo "auto" forse sono divertenti da guidare, ma sono come un milione di pugnalate nel cuore di madre natura.Continuare a produrle porterebbe soltanto alla rovina della nostra specie e del pianeta.L' altro fronte e' guidato dalle compagnie petrolifere. Gli stessi manager che hanno amministrato spericolatamente le limitate riserve di petrolio della Terra sono decisi a spennarci il piu' possibile. Stanno succhiando le risorse fino all' osso, e non vogliono dire in pubblico la verita': che il petrolio rimasto sul pianeta bastera' ancora per pochi decenni. Ci avviciniamo alla sua fine. Prepariamoci a vedere gente disperata disposta a uccidere solo per mettere le mani su una tanica di benzina.Ora che Obama ha preso il controllo della Gm, dovrebbe convertire immediatamente gli impianti per realizzare cose nuove e piu' utili.2.Non buttiamo via altri 30 miliardi di dollari per aiutare la Gm a produrre auto. Usiamo invece quei soldi per salvare i posti di lavoro attuali e quelli che sono stati tagliati in passato, e costruire i mezzi di trasporto del ventunesimo secolo.3.Impegnamoci a costruire linee di treni veloci su tutto il territorio americano entro cinque anni. Il Giappone ha costruito la sua prima linea veloce 45 anni fa. Oggi ne ha decine. Velocita' media: 260 chilometri all' ora. Ritardo medio: meno di 30 secondi. I giapponesi usano questi treni da quasi mezzo secolo e noi non ne abbiamo neanche uno! Esiste una tecnologia in grado di portarci in treno da Los Angeles a New York in 17 ore, e noi non la usiamo: e' un comportamento criminale. Assumiamo i disoccupati per costruire linee ad alta velocita' in tutto il paese.4. Avviamo un programma per introdurre la metropolitana leggera in tutte le citta' medie e grandi. Costruiamo i treni negli stabilimenti della Gm e assumiamo manodopera locale per installare e gestire sistemi.5.Per quelli che vivono nelle aree rurali dove non arrivano le ferrovie, facciamo produrre gli impianti della Gm bus ad alta efficenza energetica.6.Nel frattempo, facciamo costruire auto ibride o elettriche (e batterie). Ci vorra' qualche anno perche' la gente si abitui ai nuovi mezzi di trasporto, per cui se dobbiamo avere delle automobili, che siano almeno piu' decenti. Possiamo cominciare a costruirle dal mese prossimo.7.Attrezziamo una parte delle fabbriche inutilizzate della Gm in modo che producano turbine, pannelli solari e altri dispositivi per la produzione di energia alternativa. Abbiamo bisogno di milioni di pannelli solari subito. E c'e' una manodopera qualificata pronta per costruirli.8.Diamo incentivi fiscali a chi viaggia in auto ibrida, bus o treno. E prestiamo soldi a chi converte la sua abitazione all' energia pulita. 9. Per contribuire a tutte queste spese, imponiamo una tassa di mezzo dollaro su ogni litro di benzina (la benzina negli Stati Uniti costa 60 centesimi al litro. Le persone saranno invogliate a cambiare auto o a usare le nuove ferrovie.
E' IL MOMENTO DI DIRE ADDIO AL MOTORE A COMBUSTIONE INTERNA. PER MOLTO TEMPO CI E' SEMBRATO UTILE. MA ORA E' FINITA.
Questo e' un inizio. Per favore, per favore, per favore non salvate la General Motors facendola diventare una versione ridotta di se stessa che continua a produrre Chevrolet e Cadillac. Non e' una soluzione a lungo termine.Esattamente cento anni fa i fondatori della General Motors convinsero il mondo ad abbandonare cavalli, selle e frustini per un nuovo mezzo di trasporto. Ora e' il momento di dire addio al motore a combustione interna. per molto tempo ci e' sembrato utile. Ci e' piaciuto mangiare in macchina al MacDrive. Abbiamo pomiciato sui sedili davanti e dietro. Abbiamo visto i film su grandi schermi all' aperto, siamo andati ai gran premi e abbiamo visto il mare per la prima volta dal finestrino di una autostrada. Ma ora e' finita. Siamo entrati in un nuovo millennio. Il presidente degli Stati Uniti e il sindacato dell' auto devono approfittare dell' occasione per spremere questo limone triste e amaro e ricavarne una succosa limonata."



Michael Moore anche questa volta mette il dito sulla piaga e dice quello che molti non hanno il coraggio di dire.



Siamo tutti abbagliati dalle trattative Fiat-Chrysler ed accettiamo per oro colato le dichiarazioni ufficiali e le prospettive dichiarate di salvare l'industria dell'auto.



Mi dispiace contraddire, ma ritengo - senza alcuna pretesa di infallibilità - che con questa impostazione non si risolverà nessun problema e non si salverà nemmeno l'industria dell'auto che, come Michael Moore, e prima di lui altri come Jeremy Rifkin avevano intuito, deve cambiare radicalmente, così come deve radicalmente cambiare il sistema dei trasporti e dell'energia.



Senza voler entrare nelle ragioni di dinamica di sviluppo del capitalismo che contraddicono, se non modificate con radicali interventi pubblici, un sistema razionale di trasporti e di energia che tenga conto delle risorse e dei limiti dell'ecosistema (per questo rimando al mio scritto sulla crisi), faccio alcune considerazioni:



- la Fiat, come la gran parte delle industrie del settore, è in rosso, come la Chrysler, che è addirittura stata dichiarata fallita e che solo con uno scorporo artificioso (tipo Alitalia) può continuare a produrre



- la stessa Opel è in stato fallimentare e le trattative con Fiat sono fallite perchè la casa torinese non aveva capitali da portare (a differenza della Magnus che però è sovvenzionata dal governo russo e che certo non può sperare in profitti produttivi data la forte limitazione della capacità produttiva dell'azienda nella concorrenza con gli altri colossi mondiali)



- la produzione di carburanti sarà sempre più limitata dal diminuire delle risorse petrolifere con prezzi controllati dal monopolio delle compagnie che in questo momento sono relativamente bassi solo perchè la domanda è crollata, ma in futuro appena possibile diventeranno sempre più alti,sia per effetto del monopolio che della sempre maggiore scarsità, senza che sia prevedibile un accrescimento del mercato e del potere d'acquisto



- la tecnologia dei motori a combustione interna è rimasta praticamente la stessa da oltre 100 anni e ovviamente le grandi compagnie petrolifere si oppongono in tutti i modi a cambiamenti che eliminino la necessità dell'uso dei combustibili fossili. Il blocco del progresso tecnico che si è così determinato causa enormi e in prospettiva forse irreparabili danni all'ecosistema ed alla vita sulla terra



- la gravissima crisi strutturale che stiamo attraversando, e che non a caso si collega con la crisi ecologica e con quella energetica, determina la necessità di un forte intervento pubblico per impedire il crollo del sistema bancario e di quello industriale. E' facile capire, come Michael Moore ha capito benissimo, che se questo intervento serve solo al mantenimento del sistema esistente, le ragioni della crisi non vengono eliminate, ma solo temporaneamente attenuate, e i problemi non solo non verranno risolti, ma diverranno col tempo ancora più gravi




-tutto il sistema energetico mondiale continua ad essere dominato dai combustibili fossili nonostante la crisi e nonostante i tempi limitati di questa fonte. Solo in alcuni paesi europei (specialmente Spagna,Germania e Danimarca) si sono sviluppati notevolmente i settori dell'eolico e del fotovoltaico. Tuttavia questo sviluppo, che viene ancora utilizzato per lo più come apporto alla rete elettrica controllata in modo centralizzato, ha così come viene usato dei limiti in quanto la rete non sopporta le variazioni di tensione conseguenti al necessariamente instabile apporto delle energie rinnovabili oltre certi limiti. Altre utilizzazioni decentrate hanno dei limiti in quanto l'accumulazione di energia coi vecchi criteri (accumulatori di vario tipo) è limitata e determina problemi per la produzione e lo smaltimento di grandi quantità di batterie




-il passaggio, storicamente maturo, alla rete mondiale a idrogeno viene ostacolato in tutti i modi dalle compagnie petrolifere oltrechè dalla lobby del nucleare che vi vedono, non a torto, un grave pericolo al loro controllo monopolistico centralizzato




- da noi i timidi passi compiuti sotto il governo Prodi per lo sviluppo delle rinnovabili sono stati cancellati o messi nel dimenticatoio dal governo attuale, che ha deciso addirittura, senza nemmeno consultazione popolare, un ritorno al nucleare, con gravissimi pericoli ed enormi costi.




-il sistema dei trasporti veloci e non inquinanti in Italia ha iniziato apparentemente a funzionare sulla linea Milano-Roma, ma si tratta solo di una pallida imitazione quanto a velocità,sicurezza e frequenza, del modello francese, tedesco e spagnolo, mentre le altre linee in parte procedono a pezzi, in parte non sono nemmeno iniziate. Il trasporto ferroviario appare comunque sempre più trascurato ed in disarmo ed i collegamenti con l'Europa sono assurdamente scarsi ed antiquati




-la politica dell'ENI, che da tempo aveva comunque abbandonato le idee riformatrici di Mattei (energia a basso prezzo, innovazioni, accordi con i paesi del terzo mondo per facilitarne la crescita, contrasto con il monopolio petrolifero internazionale), è sempre più condizionata dalle scelte governative e ha di fatto abbandonato o fortemente limitato gli investimenti nei settori delle energie alternative per abbracciare la scelta nucleare (presa sulla testa del popolo italiano) comportante l'utilizzazione di forti risorse spesso derivanti proprio dai superprofitti ottenuti con la gestione internazionale monopolistica dei prezzi dei derivati del petrolio per soluzioni comportanti gravi pericoli per la salute umana. A ciò si aggiunga il degrado ambientale ed economico provocato nei paesi sottosviluppati (esempio classico la Nigeria) dalla politica di sfruttamento indiscriminato delle risorse petrolifere residue.


-Nell'analisi della crisi in corso spesso ci si è limitati (trascurando comunque l'ecologia e l'energia) a dibattere le scelte speculative nel settore finanziario. Si è voluto dimenticare che le scelte ispirate al criterio del massimo profitto hanno comportato decisioni nei settori produttivi contrastanti con un effettivo progresso economico in termini razionali. Solo superando o quantomeno attenuando questa contraddizione si può sperare di uscire realmente dalla crisi.E' quindi - ha ragione Michael Moore - profondamente errato utilizzare le risorse pubbliche per foraggiare una prosecuzione artificiale, sia nel settore finanziario che in quello produttivo, dei vecchi modelli di sviluppo. La classe dirigente, prima fra tutte quella USA, deve avere il coraggio, se vuole evitare che le contraddizioni si acuiscano sempre più, di attuare dei cambiamenti produttivi sostanziali con sottrazione dei poteri in materia alle oligarchie dominanti che stanno portando il mondo al disastro. Come sempre il problema fondamentale è cosa produrre e come produrlo. Non ci sarà mai democrazia reale finchè le decisioni in materia non saranno prese sulla base dei desideri e degli interessi della grande maggioranza dei popoli.








mercoledì 29 aprile 2009

RIFORMISMO E TRASFORMISMO PAROLE E REALTA'







Il dibattito dello scorso lunedì 27 aprile a "L'infedele" ha avuto accenti surreali.



Invano, salvo qualche accenno al laicismo od alla condizione operaia da parte dell'Italia dei valori, ho sperato che la discussione si spostasse sui contenuti programmatici. Invece si è dibattuto di schieramenti, di leadership e, soprattutto, di chi fra gli oppositori della politica berlusconiana potesse fregiarsi del titolo di "riformista", tutti d'accordo poi nel considerare autoemarginato e comunque perduto rispetto ad una costruttiva azione politica il "debole" Vattimo, che si era dichiarato sinceramente uomo di opposizione e non "riformista" (e che per assurdo era forse il più effettivamente riformista di tutti).



In questi ultimi anni è accaduto che il potere si è appropriato di tutte le parole d'ordine storiche del movimento dei lavoratori svuotandole dall'interno e dando loro un significato completamente diverso da quello da sempre ritenuto.Ciò è accaduto ad esempio per libertà, progresso,popolo e, all'inverso, conservazione, comunismo, dittatura e così via.



Tra quelle modificate nel loro significato è incappata anche la parola "riformismo", tradizionalmente designante quelli che all'interno del movimento operaio ritenevano necessaria e possibile una graduale trasformazione in senso socialista della società attraverso riforme progressive del sistema. Il punto è che almeno nella maggioranza quelli che si battevano per questa soluzione, pur se contrapposti ai "rivoluzionari" (veri o massimalisti che fossero), erano convinti che riforme anche radicali fossero necessarie e sapevano benissimo che avrebbero richiesto dure lotte per essere attuate.



Un esempio fra tutti: Giacomo Matteotti era riformista, ma si battè con grande coraggio in difesa dei lavoratori, contro il fascismo e contro la legge maggioritaria Acerbo e le elezioni inficiate dalla violenza che grazie anche a questa legge avevano consentito ai fascisti di avere la maggioranza parlamentare, e per questo fu barbaramente ucciso,come molti altri che si battevano allora per riforme sociali.



Nel dopoguerra, anche la cooptazione al potere del partito socialista portò con sè alcune riforme, come ad esempio lo statuto dei lavoratori, la nazionalizzazione dell'energia elettrica, la politica della programmazione ed altre riforme importanti furono raggiunte ad iniziativa primaria di forze non certo dell'estrema sinistra, come il divorzio e l'aborto. Le battaglie politico-sindacali del 68 e successive hanno prodotto riforme nel costume, nei poteri delle rappresentanze sindacali aziendali e nel sistema salariale per ottenere una maggiore eguaglianza tra i lavoratori.


Riformista era sicuramente Enrico Mattei (anch'egli ucciso), che nell'interesse del paese voleva centralizzare sotto il controllo nazionale e pubblico il sistema energetico.Pensiamo che Mattei ebbe il coraggio di dire in faccia ai capi delle grandi compagnie che controllavano (ed ancor oggi in buona parte controllano) l'energia mondiale che i tempi dei superprofitti erano finiti e che si trattava di fornire, come l'Eni allora di fatto fornì, energia a basso prezzo per incentivare lo sviluppo economico (col risultato della rinascita del paese), e ci viene da dire che oggi sarebbe più che mai necessario un altro Mattei per pilotare il paese sulla strada della trasformazione energetica e della terza rivoluzione industriale basata sulle energie rinnovabili, sull'idrogeno e sul decentramento della produzione energetica. Ma le forze cosiddette "riformiste" vanno in tutt'altra direzione, col risultato inevitabile di accentuare la crisi.

Una riforma di grande importanza è stata quella sanitaria, ispirata al principio del servizio sanitario pubblico garantito a tutti anche ai massimi livelli. Non è un caso che oggi gli USA sotto la presidenza Obama stiano avviandosi in questa direzione.


Riformisti erano i giudici di "mani pulite", i quali ritenevano che fosse necessario eliminare la corruzione dilagante nella pubblica amministrazione anche per via giudiziaria e con il consenso di vasti settori dell'opinione pubblica anche borghese. Furono certamente riformisti uomini come Falcone, Borsellino ed altri che volevano combattere la mafia per riportare legalità alla direzione dello Stato, così come riformisti sono tutti quelli che oggi combattono duramente per questo obiettivo.

Difficile è trovare una riforma più importante della Costituzione, che, in contrapposizione allo stato dittatoriale fascista, ha introdotto in Italia una serie di principi di grande rilievo ispirati agli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. Molto si potrebbe dire al riguardo, ma vorrei sottolineare due punti che a me sembrano importanti e fondamentali per definire un orizzonte di riforme reali.

Primo, la Costituzione stabilisce la separazione dei poteri e l'attribuzione alle assemblee democraticamente elette, prima fra tutte il Parlamento, del potere di emanare leggi, escludendo in questo secondo settore il potere del governo, che era assolutamente prevalente nell'epoca fascista. Di qui la fortissima limitazione contenuta nel testo costituzionale del potere governativo di emettere decreti legislativi e/o decreti legge, i primi consentiti solo con determinazione di principi e criteri direttivi, per tempo limitato e per oggetti definiti, e i secondi solo in casi eccezionali di necessità ed urgenza. Di qui anche le forti garanzie all'indipendenza della magistratura con la previsione di un organo di autogoverno,i principi dell'eguaglianza di tutti i magistrati, la loro inamovibilità e l'obbligo dell'azione penale.

Secondo, la Costituzione stabilisce non solo che 'iniziativa economica privata deve svolgersi secondo criteri di utilità sociale e in modo da non recare danni alla libertà, sicurezza e dignità umana, ma prevede il diritto di ogni cittadino al lavoro e ad una retribuzione sufficiente a garantire alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Si tratta, nè più nè meno, di un'applicazione non solo dei principi della rivoluzione francese e delle costituzioni democratiche europee, ma anche di quello enunciato da Roosevelt in uno dei suoi famosi discorsi, quando ricomprese nel concetto di libertà anche quello di libertà dal bisogno.

Spero che sia chiaro cosa sono le riforme del sistema.

Ebbene, dove sono le riforme nell'azione e nel programma di quelli che tanto pomposamente continuano a definirsi "riformisti"? Cercate pure anche col microscopio elettronico, ma difficilmente ne troverete.

Se però guardiamo all'azione di questi pretesi riformisti negli ultimi anni troveremo abbondanza di iniziative definite "riforme", ma che in realtà sono esattamente il contrario, cioè vere e proprie "controriforme". A mio modesto parere si tratta in sostanza di una riedizione aggiornata non del riformismo, ma del trasformismo che dall'unità in poi ha caratterizzato la vita politica italiana.
Negli anni 80, 90 ed ancora nell'ultimo periodo, i cosiddetti riformisti sono andati a rimorchio del processo di privatizzazione dell'economia, anche dei settori che avrebbero dovuto essere trainanti e programmati come le banche, la comunicazione e l'energia. Oggi si è sempre a rischio di parziale privatizzazione del sistema sanitario e si sta privatizzando persino l'acqua. Risultato:i prezzi sono saliti notevolmente e la qualità dei servizi è calata colpendo duramente le classi più povere.
Dopo la grande battaglia a difesa del lavoro e dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ci si sarebbe aspettato che i "riformisti" facessero quadrato. Invece negli ultimi anni è iniziato e proseguito, senza una reale opposizione, un processo per cui il 50 per cento e più dei rapporti di lavoro sono divenuti precari, con gravi conseguenze sul tenore di vita e sulla sicurezza dei lavoratori e ripercussioni negative sulla capacità d'acquisto e perciò sulla domanda.
Si sta sviluppando coerentemente un lucido disegno politico, quello della P2 e storicamente del fascismo, di riduzione graduale delle garanzie democratiche e dei diritti civili e di svuotamento della Costituzione. I giudici onesti sono trasferiti e fatti oggetto di pesantissime pressioni, si progetta contro la Costituzione di togliere all'autorità giudiziaria il controllo della polizia giudiziaria, si vogliono di fatto abolire le intercettazioni (per evitare la pubblicizzazione dei comportamenti reali della classe dirigente e lo smascheramento dei mafiosi di ogni bandiera) e portare i magistrati dell'accusa alle dipendenze del potere esecutivo escludendo l'obbligatorietà dell'azione penale, si sono ridotti al lumicino i reati finanziari e quelli contro la sicurezza sul lavoro, con i morti che crescono.
La cosa più grave è lo svuotamento del parlamento e del potere legislativo, corrispondente all'enorme rafforzamento del potere esecuitivo e del capo del governo, proprio come sotto il fascismo ed anche qui senza una sostanziale opposizione. Il Parlamento, i cui membri sono scelti da un'oligarchia di pochissime persone, è ormai ridotto ad una funzione di presa d'atto notarile delle decisioni del governo e l'ultima proposta è addirittura di far votare i soli capogruppo, ciò che significa di fatto mandare e casa le camere. Ebbene, questo processo ha avuto un momento decisivo in questa direzione nella commissione bicamerale, presieduta dai "riformisti" D'Alema e Boato.
Le forze "riformiste" hanno dato un concreto segno di "rinnovamento" partecipando attivamente alle manovre finanziarie di scambio di banche e giornali caratterizzate da fenomeni di sostanziale corruzione finanziaria ed ancor oggi si assiste senza reazione ad un ulteriore finanziamento pubblico senza alcuna garanzia ed alcun controllo reale delle banche in crisi.
Potrei continuare a lungo, ma a questo punto la domanda è evidente: che razza di "riformismo" è questo? Scusate se dissento dal coro, ma a me questa pare nè più nè meno che una politica reazionaria.
Vediamo il risultato di questa politica, se lo vogliamo, con chiarezza: i falsi "riformisti" riempiono i loro discorsi di parole vuote ed incomprensibili per nascondere l'incapacità e la mancanza di volontà di lottare per soluzioni diverse da quelle attuate dalla classe dirigente; i veri riformisti, per paura di rotture, finiscono per limitarsi anche loro per lo più ad espressioni generiche e vuote. Di qui la grave crisi del partito democratico. Nel dibattito a "L'infedele", per fare un esempio, tra vuotaggini di programma ed arzigogoli sugli schieramenti, Cofferati si è ridotto di fatto a non poter dire più nulla di significativo, il che, se mi si permette, non si attaglia certo all'intelligenza ed alle capacità dell'uomo, personalmente non corrotto ma imprigionato nella logica del partito-chiesa.
Dissentendo anche qui dai cori, del tutto assurda e determinata dalla stessa logica mi pare la tematica del referendum elettorale, in cui il problema è di fatto se applicare il sistema maggioritario ad oltranza ad una coalizione predeterminata o ad un solo partito.
Ebbene, il sistema maggioritario, di partito o di coalizione che sia, è profondamente antidemocratico ed anticostituzionale. Le assemblee elettive devono rappresentare, nel bene e nel male, il popolo nei suoi schieramenti. Si può pensare ragionevolmente, per evitare l'eccessiva frammentazione, di introdurre una soglia di rappresentanza minima come in Germania (cosa assolutamente non necessaria nel Parlamento europeo, che non esprime il governo dell'Europa ed ha funzioni per lo più consultive) , ma poi i voti devono essere conteggiati in modo paritario in base al principio che vale nel Sudafrica di Nelson Mandela, ma dovrebbe valere anche da noi (se, come dice la Costituzione, tutti i cittadini sono uguali), di un uomo uguale a un voto. Invece con l'attuale sistema, e ancor più con quello che uscirebbe da un referendum, chi ha la maggioranza relativa avrebbe automaticamente quella assoluta, e per di più con eletti predeterminati senza neppure possibilità di preferenze. Al "porcellum" si sostituirebbe il "superporcellum"!
Per fare un esempio, se un partito avesse il 30 % e gli altri avessero ciascuno percentuali inferiori, il primo prenderebbe una supermaggioranza,gli altri (che pure sarebbero maggioranza nel paese) dovrebbero stare a guardare e chi li ha votati sarebbe cittadino di seconda categoria.
Ma anche in questo caso vi sono dei "superriformisti" (vedi l'allora presidente della bicamerale di infausta memoria) che non a caso hanno dichiarato di voler votare positivamente.
Siamo arrivati ad uno dei livelli più bassi della nostra storia: una volta tanto il popolo viene chiamato a decidere, e tra cosa? Tra due soluzioni con ciascuna delle quali verrebbe di fatto esautorato.
Tutto questo mentre il paese sta affrontando una crisi economica gravissima che richiederebbe un forte rafforzamento, e non certo lo svuotamento, della democrazia.
La mia insignificante opinione è che dobbiamo uscire ad ogni costo da questa logica e che come primo passo dobbiamo chiedere con forza che il dibattito politico si trasferisca dal vuoto senza senso e senza costrutto ai problemi ed alle soluzioni reali.
29 aprile-2 maggio 2009




Alberto Filippi mi ha inviato il seguente commento:


E' il senso di riformismo che è cambiato.Il centro sociale è l'impresa e pertanto tutto ciò che favorisce l'impresa è riformista.Il lavoratore, operaio e impiegato non rientra nelle nuove centralità.Il manager invece sì, potrebbe diventare la nuova grande risorsa del paese, la centralità rivoluzionaria: Berlusconi, Marchionne,ecc. ecc.E tutti saranno lì a osannarli a cominciare dal PD


martedì 14 aprile 2009

TERREMOTO E POLEMICA POLITICA. UOMINI E SISTEMI

Di nuovo si è scatenato l'assalto di "tout le monde" contro Santoro per la trasmissione di Annozero sul terremoto:lo si accusa di aver toccato l'"intoccabile" Bertolaso e di aver rotto l'unità nazionale del bipartisanismo attaccando i politici.

Ma è proprio questo il "torto" di Santoro?

Visto che nel nostro sventurato paese si stanno perdendo persino le nozioni elementari di cosa significa lotta politica, almeno nella tradizione europea, sarà il caso di ricordarlo, anche a costo di ripetere cose ovvie.

Poichè "politico" secondo la nozione greca è ciò che riguarda la polis, che era allora la città-stato, bisogna ragionevolmente ritenere che la battaglia politica è quella che riguarda i problemi dello stato, cioè dell'organizzazione dei cittadini. Si tratta quindi di problemi collettivi e non individuali, anche se possono avere numerosissime conseguenze individuali. Così, gli eredi di un degente morto per mancanza di soccorsi possibili in un ospedale crollato o divenuto inagibile o di uno studente ucciso nel crollo di una struttura fatiscente avranno certo molte ragioni per chiedere un risarcimento, ma se vogliono compiere un'azione politica dovranno combattere il sistema e l'organizzazione che hanno consentito la costruzione senza adeguati controlli di un ospedale (come quello de L'Aquila) o di una casa dello studente costruiti e collaudati in difformità dalle norme antisismiche. Tutti si chiederanno a questo punto come ciò è stato possibile e quali interessi hanno consentito una situazione così anomala. Il giudice potrà cercare i responsabili penali, se ve ne sono, ma chi vuol fare battaglia politica penserà a denunciare quanto accaduto in quanto in contrasto con gli interessi della società e farà proposte per evitare che in futuro ciò si verifichi.
Tutto questo fa paura perchè va contro rilevanti interessi relativi sia al passato che al futuro.Ed ecco levarsi una cortina fumogena di chiacchiere giornalistiche di ogni tipo, in cui il nostro paese è evidentemente maestro, con lo scopo di nascondere i problemi reali ed essenziali.
Per fare un esempio, nell'immediatezza del disastro il prof. Franco Barberi, capo della Commissione grandi rischi, ha dichiarato senza mezzi termini che con un terremoto dell'intensità di quello verificatosi, dati i sistemi organizzativi di prevenzione messi in atto, in California o Giappone non vi sarebbe stato nemmeno un morto ed ha messo l'accento sull'estrema gravità di una situazione di una zona sismica con due mesi di scosse in cui non era neppure stata controllata la rispondenza alle norme dei centri nevralgici essenziali come l'ospedale e la prefettura.
Altra tesi sempre sbandierata:non è mai stato possibile prevedere un terremoto. Eppure i cinesi il 4 febbraio 1975 a Haicheng hanno fatto sgombrare una grande città poche ore prima di un sisma del grado 7,3 della scala Richter, salvando dalla morte almeno 150.000 persone (la città venne rasa al suolo) perchè avevano saputo interpretare i sintomi iniziali del fenomeno. Ma anche di questo non si può parlare, forse perchè poi a quell'epoca i cinesi cattivi mangiavano i bambini.
Se perciò, come di fatto è accaduto, non vi sono mai state attività di prevenzione nonostante due mesi di scosse, è logico che chi vuol fare giornalismo politico o attività politica seria denunci questa mancanza di organizzazione e le conseguenze che ne sono derivate ed avanzi proposte di sistemi organizzativi e normativi che impediscano il ripetersi di fatti simili in futuro (si pensi alle scosse che continuano ed ai rischi futuri in tutte le zone a forte pericolosità sismica in Italia).
Una posizione di questo tipo è quella assunta tra gli altri da Santoro,Travaglio e De Magistris e francamente mi sembra non solo legittima, ma doverosa. Quando Travaglio cita i numerosi casi di interferenze mafiose documentati non lo fa per fare polemica contro questo o quello, ma per dimostrare che in Italia le truffe sugli appalti sono un malcostume diffuso, alimentato dalla mafia collusa con settori politici, che deve essere adeguatamente combattuto per salvare il futuro del paese. Quando De Magistris denuncia l'attacco giudiziario subito da uno scienziato che cercava di mettere in guardia contro il pericolo incombente non lo fa per favorire uno o danneggiare l'altro, ma per combattere l'atteggiamento di indifferenza e disinteresse nei confronti di una vigilanza che doveva invece essere accresciuta (in una situazione di due mesi di scosse) perchè il rischio dei morti (poi divenuto realtà) era certo maggiore di quello di un allarme eccessivo o intempestivo. Quando poi i medici denunciano la mancanza d'acqua o di strumenti elementari di soccorso e i superstiti denunciano la mancanza di soccorsi tempestivi non lo fanno per polemizzare con questo o quello, ma per combattere un sistema di organizzazione sbagliato.

Il problema di fondo è però che proprio questo fa paura: che cioè la denuncia non si limiti ad errori di singoli, ma si estenda ad un sistema che ci riporta indietro alla coda dell'Europa e del mondo civile. Paradossalmente è proprio la mancanza di polemiche personali che dà fastidio, perchè il sistema di potere politico-mafioso dominante ha paura di essere smascherato.
Ecco perchè i sostenitori delle posizioni di potere hanno sempre cercato di portare il conflitto sul piano della polemica personale, evitando accuratamente di rispondere quando si affrontavano questioni di sistema.
Invece, ha ragione Tabucchi : tutto si lega a tutto, si potrebbe dire che si legano le stragi di stato a Gladio, al sequestro Moro, alla P2, alla costituzione di Forza Italia e al sostanziale venir meno della lotta del potere governativo contro mafia,camorra e ndrangheta, alla sempre maggior corruzione nell'amministrazione del denaro pubblico, al degrado della sinistra, alla formazione di una casta politica spesso parassitaria con annessi e connessi (in totale forse fra titolari di cariche, portaborse e "indotto" circa un milione di persone) mantenute a caro prezzo con denaro pubblico ed interessate a bloccare ogni cambiamento, all'indebolimento anche conseguente del capitalismo e del sistema finanziario italiano, sempre più permeabili al sistema di potere mafioso e sempre meno concorrenziali, al continuo affossamento di importanti settori della scienza e della cultura, alla riduzione di tutti gli spazi di libera opinione giornalistica e televisiva con disinformazione generalizzata ed aumento del potere politico incontrollato basato sul controllo dei media. L'effetto di una situazione del genere di fronte ad una crisi della gravità (da tutti riconosciuta) quale quella che stiamo attraversando è devastante e fa conseguire gravissimi problemi di disgregazione e degrado del paese.
In una così grave emergenza democratica, in cui sono in pericolo i pilastri fondamentali della Costituzione, la contraddizione politica e linea di demarcazione principale passa inevitabilmente fra chi è legato in un modo o nell'altro al potere politico-mafioso, quasi sempre anche per ragioni di interesse personale, e chi opera disinteressatamente per obiettivi di progresso nell'interesse generale difendendo i principi essenziali di libertà e democrazia. Questa demarcazione spesso ha anche carattere trasversale sviluppandosi all'interno delle forze politiche, principalmente, ma non solo, della sinistra.
Sono dell'opinione, come diceva qualcuno, che è bene che "i mostri si mostrino", che cadano le maschere e si chiariscano le posizioni, cosicchè anche la lotta e le alleanze possano essere chiare, prima di tutto per i giovani che, bastonati da tutte le parti, sono spesso disinteressati e dovranno prendere nelle loro mani il futuro del paese.
Inutile dire che Di Pietro, difendendo Santoro e i pochi spazi di libertà che ancora rimangono ed opponendosi agli inciuci, ha perfettamente ragione. Se viene meno la libertà, il paese non potrà che sprofondare in un nuovo disastro, ma anche l'ascesa del nuovo Arturo Ui è resistibile.Bisogna volerlo fortemente ed unirsi.
14 aprile 2009

domenica 22 marzo 2009

PRATO,LA CINA E LA CRISI DEL SISTEMA

Le inchieste di Annozero del 19 marzo su Prato sono state illuninanti.
Nella stessa città da una parte rischia di cadere l'industria tessile italiana e dall'altra gli stabilimenti cinesi semiclandestini lavorano con lavoro nero e sfruttamento di tipo quasi schiavistico giorno e notte producendo enormi quantità di merci.
Tutti si dichiarano esterrefatti, ma questa è la realtà e sulla realtà bisogna ragionare.
Non solo a Prato, ma in tutta Italia, continuano ad aumentare i numeri dei lavoratori, spesso portatori di storia e di esperienze insostituibili, mandati (se va bene) in cassa integrazione e (se va male) a casa senza stipendio e senza assistenza. A Prato va peggio che altrove in conseguenza dello spezzettamento in numerose microimprese del processo lavorativo (con mancanza di ammortizzatori sociali) e ovviamente i lavoratori sono esasperati e disperati.
Di fronte a una situazione di questo genere non è il caso di smettere le chiacchiere e riflettere seriamente e soprattutto di riflettere sulla dinamica di "sviluppo" del capitalismo moderno?
La prima domanda, come si suol dire, nasce spontanea: come mai una situazione di crisi coesiste gomito a gomito con una di produzione galoppante? Si può rispondere facilmente come tutti gli intervistati fanno: perchè i prezzi dei cinesi sono molto più bassi. Verissimo, ma perchè possono essere molto più bassi, in misura tale da non essere giustificabili con la pur minore qualità dei tessuti e capi prodotti? Si tratta sia per i cinesi che per gli italiani di produzioni capitalistiche, quindi condizionate e sospinte dal profitto. Evidentemente in un caso ( i cinesi ) il profitto c'è anche se i prezzi sono molto più bassi, nell' altro c'è solo a prezzi molto più alti che non consentono di rimanere nel mercato, oltre a dar luogo a produzione, anche se di qualità migliore, sempre più difficilmente vendibile per la contrazione del mercato conseguente alla crisi.
A questo punto ci si chiede: come fanno i cinesi a produrre profitto se i prodotti costano molto meno? Distinti i fattori della produzione in capitale costante (materie prime, macchinari e annessi) e variabile (forza lavoro) e considerati per forza equivalenti i costi del capitale costante (siamo nello stesso stato e addirittura nella stessa città) si deve arrivare necessariamente alla conclusione che è diverso il costo del capitale variabile, cioè che la forza lavoro costa molto, ma molto meno.
In altri termini, i lavoratori cinesi rispetto a quelli italiani (comunque si vogliano denominare, anche se appaiono come artigiani indipendenti) sono sottopagati in modo abnorme. ed infatti l'inchiesta mostra come addirittura (ma lo stesso accade in Cina- vedi il bellissimo documentario "China blue") i dormitori siano ricavati in anditi minuscoli e malsani annessi agli stabilimenti, chiusi all'esterno. Si tratta, in Italia, come in Cina, di una forma di semischiavismo nell'ambito di un capitalismo selvaggio.
Quindi nel caso dei cinesi, si può dire che la Cina in un sistema globalizzato come il nostro vince nella concorrenza aumentando enormemente la quantità di plusvalore assoluto, per la riduzione della retribuzione nominale e reale dei lavoratori (che tra l'altro non hanno assistenza nè tasse da pagare) che i lavoratori europei non possono accettare perchè a livello di mera e minima sussistenza.
Il capitalismo cinese in questo modo ha contrastato la tendenza generale alla caduta tendenziale del saggio di profitto e si è assicurato notevoli quote di mercato e di profitto: la società cinese è divenuta quella in cui i dislivelli tra ricchi e poveri sono i più alti del mondo. L'1% di capitalisti possiede il 90% della ricchezza del paese (così afferma Li Datong in Internazionale n.785). E tutto questo in poco più di 30 anni di sviluppo capitalistico, dopo la svolta del 1976. Non v'è dubbio: un risultato notevole sul piano statistico.
Non mancano i tentativi di imitazione, dal Vietnam alla Romania. Anche da noi con l'istituzione dei contratti atipici (ormai almeno il 50% dei rapporti di lavoro sono ragolati in questo modo) si è cercato di ridurre in tutti i modi il costo della forza lavoro. Ma come si fa ad arrivare al livello cinese? Sembra difficile.
Le organizzazioni dei lavoratori e della sinistra tradizionalmente legate ai lavoratori di fronte a ciò sono rimaste sostanzialmente passive, per dirla con Gramsci hanno subito l'egemonia culturale e politica prima ancora che economica della classe dirigente e, di fronte allo "sviluppo" cinese, si sono profuse in apprezzamenti ed elogi senza dimostrare alcuna solidarietà ai lavoratori cinesi e senza denunciarne lo sfruttamento semischiavista.
Adesso i nodi vengono al pettine e tutto ciò si paga con gli interessi. Il colossale sviluppo della Cina, attuato in questo modo diseguale, ha allontanato la crisi mondiale del sistema per un certo periodo, ma paradossalmente ha contribuito a creare le condizioni di una crisi molto più grave del previsto, quando si è manifestata, come tutti possono vedere. Infatti i capitali si sono dislocati dove il profitto era maggiore, si è sopperito con bolle finanziarie alla mancanza o riduzione dei capitali per investimenti nei paesi sviluppati fino a conseguenze prima mai viste (si parla di prodotti finanziari derivati pari a 25 o 30 volte il prodotto lordo mondiale) e quando le bolle sono scoppiate la situazione è apparsa in tutta la sua gravità. E siamo solo all'inizio.
Quando poi la produzione crolla e non c'è più lavoro (salvo quello sottopagato) vengono a mancare anche i mezzi per finanziare gli ammortizzatori sociali e la situazione si aggrava ulteriormente. Ecco perchè quando i lavoratori di Prato chiedevano aiuti (ad esempio cassa integrazione anche per le piccole e piccolissime imprese o per i lavoratori atipici) i politici non sapevano più cosa rispondere cosicchè Castelli chiedeva dove si potevano prendere i soldi e Ferrero indicava improbabili recuperi di condoni non pagati (con i tempi della giustizia italiana). Per non parlare di Franceschini e della sovratassa sui redditi oltre i 120.000 euro annui, che grazie al sistema fiscale del nostro paese sono pochissimi.
Quindi una situazione senza rimedio che si va avvitando su se stessa.
Non è per niente piacevole scrivere queste cose: vorrei tanto che non fossero vere, ma credo che si debba guardare in faccia la realtà. Alla faccia di quelli che sostengono di essere non ideologici e che continuano a ritenere quello capitalista il migliore, o addirittura l'unico dei mondi possibili, credo vada chiarito che l'origine di tutto è proprio nelle caratteristiche del sistema.
Infatti quando il profitto è il motore dell' economia tutto è subordinato al profitto e il resto tende a non contare più nulla. L'economia, invece, per progredire realmente, dovrebbe essere indirizzata da scelte basate su valutazioni razionali dell'interesse generale. In questo modo vi sarebbe lavoro e benessere per tutti, ma si metterebbero inevitabilmente in discussione i fondamenti del sistema stesso, che in realtà è divenuto il vero e fondamentale ostacolo al progresso.
Qualcuno inevitabilmente domanderà: in che modo è possibile almeno contrastare questo processo? Pensiamoci un attimo . Eliminiamo la spiegazione o i rimedi puramente finanziari (soldi) che distorcono il problema: infatti il danaro ormai in gran parte fasullo (titoli derivati) ha un senso ed un valore solo in quanto rappresenta lavoro consolidato in prodotti che fanno effettivamente crescere la ricchezza. Se mancano questi, il resto è carta straccia e la crisi delle banche lo sta dimostrando. Quindi solo la produzione secondo criteri razionali può intervenire sui meccanismi in atto. Il capitalismo invece ha improntato di sè e dei suoi spesso immediati interessi tutta l'attività lavorativa. Il lavoro è frammentato e parcellizzato e i contratti atipici (a termine, a progetto o simili) hanno in buona parte sostituito queli a tempo indeterminato che costituivano garanzia per i lavoratori. La classe lavoratrice si è così venuta a trovare, spesso con il consenso delle stesse organizzazioni sindacali o di parte di esse, in condizioni di totale subalternità ed ha aperto strada facile alle peggiori distorsioni inevitabilmente prodotte da un sistema lasciato alle "libere" forze del mercato. Esempio evidente: la filosofia dell'accordo quadro e della deregolamentazione ed elasticità dei contratti di lavoro specie nella parte economica ha l'evidente scopo di ridurre il costo del lavoro che si diversifica luogo per luogo in base ai rapporti di forza. In questo modo si svuota di fatto l'art.36 della Costituzione (diritto ad una retribuzione idonea ad assicurare al lavoratore ed alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa, secondo una reminiscenza roosveltiana) e si consentono salari sempre più ridotti e rapporti di lavoro sempre più incontrollabili. Ma allora, perchè mai ci lamentiamo del semischiavismo cinese? Anzi, i cinesi sono perfettamente in linea col "nuovo corso" e lo hanno anticipato. Il sistema è "libero" di determinare il costo del lavoro e in base ai profitti decidere la produzione e dislocarla dove vuole e gli conviene. Lo stesso è accaduto con l'allargamento della Comunità europea, fatto in sè positivo, che tuttavia in mancanza di garanzie sociali adeguate ha fatto sì che molta parte della produzione venisse spostata in base alle convenienze del basso costo del lavoro, con impoverimento generale. Alla grande parola d'ordine "lavoratori di tutto il mondo, unitevi" si è di fatto sostituita quella "lavoratori di tutto il mondo, dividetevi", con conseguenze storicamente disastrose.
In definitiva è accaduto che la mancanza di solidarietà dei lavoratori (per effetto dell'egemonia borghese) e delle organizzazioni che avrebbero dovuto rappresentarne gli interessi, non solo ha determinato un danno ai lavoratori supersfruttati, che nessuno ha difeso, ma si è ripercossa sulle condizioni di tutti i lavoratori e, per i meccanismi irrazionali del sistema, ha contribuito a ostacolare il funzionamento del sistema stesso divenendo rilevante fattore di crisi. Di fatto le organizzazioni della "sinistra", mantenendo un atteggiamento che Gramsci avrebbe chiamato economico-corporativo (quando non addirittura colluso per ragioni di interessi individuali), non solo hanno danneggiato i lavoratori, ma lo stesso sistema economico, dato che il capitalismo lasciato a sè stesso è sempre più in difficoltà non riuscendo ad uscire da una crisi indotta dai suoi stessi meccanismi.
Ecco un primo obiettivo antagonistico: salario minimo garantito adeguato all'art. 36 e condizioni di lavoro minime garantite per tutti i lavoratori europei o almeno per tutti quelli che lavorano in Italia, quale che ne sia la nazionalità e il tipo di contratto, e sanzioni penali pesanti per chi non lo rispetti con rafforzamento degli organismi investigativi e procedibiltà d'ufficio.
Per portare avanti questo ed altri analoghi obiettivi condizione indispensabile è l'unità di tutti i lavoratori e delle forze progressiste per attuare quanto meno una politica che introduca forti correttivi nel funzionamento del sistema in modo da determinare scelte economiche effettive più razionali. La destra, come si vede, si unisce, mentre la "sinistra" è sempre più divisa e politicamente debole. Solo invertendo questa situazione si può cominciare a pensare come contrastare la crisi.
22 marzo 2009

lunedì 16 marzo 2009

SERGE LATOUCHE, LA DECRESCITA E PRODI

Ieri 15 marzo Serge Latouche ospite di Fazio ha esposto le sue opinioni sulla decrescita necessaria. La tesi di Latouche, personaggio di rilievo e di notevole umanità, è che siamo a bordo di un bolide da corsa lanciato alla velocità massima senza conducente, senza volante e senza freni, contro l'insormontabile ostacolo dei limiti dello sviluppo del pianeta. Se vogliamo salvarci è perciò necessario decrescere. Prodi ha risposto che capisce, ma che, ad esempio, in Africa dove la situazione è già drammatica, se non vi fosse crescita le conseguenze sarebbero ancora, se possibile, più gravi.
Ciascuno dal suo punto di vista, hanno ragione entrambi; ma, se posso esprimere un'opinione controcorrente, ed anche se riconosco che Latouche nella discussione ha un po' temperato il suo punto di vista affermando che una decrescita come quella attuale come conseguenza della crisi può avere conseguenze negative, mi sembra di poter dire che il ragionamento di entrambi è incompleto perchè entrambi danno per scontato che quello capitalista sia bene o male l'unico sistema economico-sociale possibile, cosicchè la crescita può portare ad effetti catastrofici e la decrescita ad effetti altrettanto gravi in certe parti del mondo, specialmente in quelle miserabili.
Io credo che sia esatta in buona parte la tesi di Latouche , del resto anticipata dal Club di Roma, sui limiti fisici dello sviluppo, ma sono anche convinto che il presupposto comune di Latouche e Prodi sia fuorviante (anche se comprensibile perchè questa è la realtà di oggi). Quando Latouche parla del bolide, usa una similitudine in parte inesatta, perchè il bolide c'è, ma ha un pilota che lo guida coscientemente e che non è altro che il sistema capitalistico. Cos'altro si può dire quando, come anche padre Boff ha più volte ribadito, un'oligarchia di 1500 famiglie controlla più della metà della ricchezza del mondo? . Quando Latouche parla della logica della subordinazione alla legge cieca del mercato dice una cosa giusta, ma dimentica che il mercato non è cieco, ma ci vede benissimo, nel senso che la logica e il meccanismo del profitto regolano gli scambi e il tipo di sviluppo con logica,matematica ed immutabile precisione : non si tratta di fatti casuali, ma di leggi economiche ben precise che hanno consentito ad un sistema, il capitalismo, ed anche all'umanità, di svilupparsi per 300 anni in maniera prima mai vista nella storia. Purtroppo questo sistema da motore di progresso è divenuto ostacolo al progresso umano (come aveva per primo compreso Marx 150 anni fa). Secondo me parlare di progresso è cosa diversa dal parlare di sviluppo capitalistico, anzi le due cose spesso e sempre più sono in conflitto, come oggi ben si può vedere. Anche se le teorie "progressiste" dei politici e degli economisti settecenteschi ed ottocenteschi spesso erano di supporto allo sviluppo capitalistico (escludendo beninteso Marx ed Engels), ed anche se il progresso indotto dallo sviluppo capitalistico ha spesso avuto costi enormi, non si può negare che la nozione di progresso fosse riferita a valori di razionalità e non puramente quantitativi. Comunque sia, non possiamo ritenere progresso una situazione che vede l'aumento degli indici della produzione e contemporaneamente dei dislivelli e delle ingiustizie sociali, con miseria crescente di miliardi di uomini. Non è progresso quello di una società in cui i ricchi (pochi) diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, mentre aumenta il pil delle armi, dei prodotti inutili o di quelli nocivi o (soprattutto) di quei settori che arrecano danni incalcolabili all'ambiente, agli equilibri ecologici ed alla salute umana. Le tre crisi che si stanno incrociando, quella economica di sistema, quella energetica e quella ecologica sono tutte prodotto di questo sviluppo irrazionale e sempre più pericoloso alla stessa sopravvivenza del genere umano.
Quello che deve effettivamente cessare con una sana decrescita è lo sviluppo capitalistico, mentre le scelte produttive dovranno, se vogliamo sopravvivere, essere sottratte al controllo di pochi e, secondo principi democratici, rimesse alla decisione di tutti coloro che lavorano (manualmente ed intellettualmente) secondo criteri di razionalità scientifica allo scopo di garantire una sempre maggiore eguaglianza ed un vero progresso generale, questo sì non dannoso agli equilibri naturali che devono essere mantenuti ogni costo perchè sono il vero presupposto della vita.
Qualcuno dirà:le solite utopie. Io penso e dico che un'utopia cessa di esser tale quando diventa una necessità. Può darsi che occorra tempo per arrivarci, ma è necessario cominciare almeno a muoversi in quella direzione.
16 marzo 2009