mercoledì 29 aprile 2009

RIFORMISMO E TRASFORMISMO PAROLE E REALTA'







Il dibattito dello scorso lunedì 27 aprile a "L'infedele" ha avuto accenti surreali.



Invano, salvo qualche accenno al laicismo od alla condizione operaia da parte dell'Italia dei valori, ho sperato che la discussione si spostasse sui contenuti programmatici. Invece si è dibattuto di schieramenti, di leadership e, soprattutto, di chi fra gli oppositori della politica berlusconiana potesse fregiarsi del titolo di "riformista", tutti d'accordo poi nel considerare autoemarginato e comunque perduto rispetto ad una costruttiva azione politica il "debole" Vattimo, che si era dichiarato sinceramente uomo di opposizione e non "riformista" (e che per assurdo era forse il più effettivamente riformista di tutti).



In questi ultimi anni è accaduto che il potere si è appropriato di tutte le parole d'ordine storiche del movimento dei lavoratori svuotandole dall'interno e dando loro un significato completamente diverso da quello da sempre ritenuto.Ciò è accaduto ad esempio per libertà, progresso,popolo e, all'inverso, conservazione, comunismo, dittatura e così via.



Tra quelle modificate nel loro significato è incappata anche la parola "riformismo", tradizionalmente designante quelli che all'interno del movimento operaio ritenevano necessaria e possibile una graduale trasformazione in senso socialista della società attraverso riforme progressive del sistema. Il punto è che almeno nella maggioranza quelli che si battevano per questa soluzione, pur se contrapposti ai "rivoluzionari" (veri o massimalisti che fossero), erano convinti che riforme anche radicali fossero necessarie e sapevano benissimo che avrebbero richiesto dure lotte per essere attuate.



Un esempio fra tutti: Giacomo Matteotti era riformista, ma si battè con grande coraggio in difesa dei lavoratori, contro il fascismo e contro la legge maggioritaria Acerbo e le elezioni inficiate dalla violenza che grazie anche a questa legge avevano consentito ai fascisti di avere la maggioranza parlamentare, e per questo fu barbaramente ucciso,come molti altri che si battevano allora per riforme sociali.



Nel dopoguerra, anche la cooptazione al potere del partito socialista portò con sè alcune riforme, come ad esempio lo statuto dei lavoratori, la nazionalizzazione dell'energia elettrica, la politica della programmazione ed altre riforme importanti furono raggiunte ad iniziativa primaria di forze non certo dell'estrema sinistra, come il divorzio e l'aborto. Le battaglie politico-sindacali del 68 e successive hanno prodotto riforme nel costume, nei poteri delle rappresentanze sindacali aziendali e nel sistema salariale per ottenere una maggiore eguaglianza tra i lavoratori.


Riformista era sicuramente Enrico Mattei (anch'egli ucciso), che nell'interesse del paese voleva centralizzare sotto il controllo nazionale e pubblico il sistema energetico.Pensiamo che Mattei ebbe il coraggio di dire in faccia ai capi delle grandi compagnie che controllavano (ed ancor oggi in buona parte controllano) l'energia mondiale che i tempi dei superprofitti erano finiti e che si trattava di fornire, come l'Eni allora di fatto fornì, energia a basso prezzo per incentivare lo sviluppo economico (col risultato della rinascita del paese), e ci viene da dire che oggi sarebbe più che mai necessario un altro Mattei per pilotare il paese sulla strada della trasformazione energetica e della terza rivoluzione industriale basata sulle energie rinnovabili, sull'idrogeno e sul decentramento della produzione energetica. Ma le forze cosiddette "riformiste" vanno in tutt'altra direzione, col risultato inevitabile di accentuare la crisi.

Una riforma di grande importanza è stata quella sanitaria, ispirata al principio del servizio sanitario pubblico garantito a tutti anche ai massimi livelli. Non è un caso che oggi gli USA sotto la presidenza Obama stiano avviandosi in questa direzione.


Riformisti erano i giudici di "mani pulite", i quali ritenevano che fosse necessario eliminare la corruzione dilagante nella pubblica amministrazione anche per via giudiziaria e con il consenso di vasti settori dell'opinione pubblica anche borghese. Furono certamente riformisti uomini come Falcone, Borsellino ed altri che volevano combattere la mafia per riportare legalità alla direzione dello Stato, così come riformisti sono tutti quelli che oggi combattono duramente per questo obiettivo.

Difficile è trovare una riforma più importante della Costituzione, che, in contrapposizione allo stato dittatoriale fascista, ha introdotto in Italia una serie di principi di grande rilievo ispirati agli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. Molto si potrebbe dire al riguardo, ma vorrei sottolineare due punti che a me sembrano importanti e fondamentali per definire un orizzonte di riforme reali.

Primo, la Costituzione stabilisce la separazione dei poteri e l'attribuzione alle assemblee democraticamente elette, prima fra tutte il Parlamento, del potere di emanare leggi, escludendo in questo secondo settore il potere del governo, che era assolutamente prevalente nell'epoca fascista. Di qui la fortissima limitazione contenuta nel testo costituzionale del potere governativo di emettere decreti legislativi e/o decreti legge, i primi consentiti solo con determinazione di principi e criteri direttivi, per tempo limitato e per oggetti definiti, e i secondi solo in casi eccezionali di necessità ed urgenza. Di qui anche le forti garanzie all'indipendenza della magistratura con la previsione di un organo di autogoverno,i principi dell'eguaglianza di tutti i magistrati, la loro inamovibilità e l'obbligo dell'azione penale.

Secondo, la Costituzione stabilisce non solo che 'iniziativa economica privata deve svolgersi secondo criteri di utilità sociale e in modo da non recare danni alla libertà, sicurezza e dignità umana, ma prevede il diritto di ogni cittadino al lavoro e ad una retribuzione sufficiente a garantire alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Si tratta, nè più nè meno, di un'applicazione non solo dei principi della rivoluzione francese e delle costituzioni democratiche europee, ma anche di quello enunciato da Roosevelt in uno dei suoi famosi discorsi, quando ricomprese nel concetto di libertà anche quello di libertà dal bisogno.

Spero che sia chiaro cosa sono le riforme del sistema.

Ebbene, dove sono le riforme nell'azione e nel programma di quelli che tanto pomposamente continuano a definirsi "riformisti"? Cercate pure anche col microscopio elettronico, ma difficilmente ne troverete.

Se però guardiamo all'azione di questi pretesi riformisti negli ultimi anni troveremo abbondanza di iniziative definite "riforme", ma che in realtà sono esattamente il contrario, cioè vere e proprie "controriforme". A mio modesto parere si tratta in sostanza di una riedizione aggiornata non del riformismo, ma del trasformismo che dall'unità in poi ha caratterizzato la vita politica italiana.
Negli anni 80, 90 ed ancora nell'ultimo periodo, i cosiddetti riformisti sono andati a rimorchio del processo di privatizzazione dell'economia, anche dei settori che avrebbero dovuto essere trainanti e programmati come le banche, la comunicazione e l'energia. Oggi si è sempre a rischio di parziale privatizzazione del sistema sanitario e si sta privatizzando persino l'acqua. Risultato:i prezzi sono saliti notevolmente e la qualità dei servizi è calata colpendo duramente le classi più povere.
Dopo la grande battaglia a difesa del lavoro e dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ci si sarebbe aspettato che i "riformisti" facessero quadrato. Invece negli ultimi anni è iniziato e proseguito, senza una reale opposizione, un processo per cui il 50 per cento e più dei rapporti di lavoro sono divenuti precari, con gravi conseguenze sul tenore di vita e sulla sicurezza dei lavoratori e ripercussioni negative sulla capacità d'acquisto e perciò sulla domanda.
Si sta sviluppando coerentemente un lucido disegno politico, quello della P2 e storicamente del fascismo, di riduzione graduale delle garanzie democratiche e dei diritti civili e di svuotamento della Costituzione. I giudici onesti sono trasferiti e fatti oggetto di pesantissime pressioni, si progetta contro la Costituzione di togliere all'autorità giudiziaria il controllo della polizia giudiziaria, si vogliono di fatto abolire le intercettazioni (per evitare la pubblicizzazione dei comportamenti reali della classe dirigente e lo smascheramento dei mafiosi di ogni bandiera) e portare i magistrati dell'accusa alle dipendenze del potere esecutivo escludendo l'obbligatorietà dell'azione penale, si sono ridotti al lumicino i reati finanziari e quelli contro la sicurezza sul lavoro, con i morti che crescono.
La cosa più grave è lo svuotamento del parlamento e del potere legislativo, corrispondente all'enorme rafforzamento del potere esecuitivo e del capo del governo, proprio come sotto il fascismo ed anche qui senza una sostanziale opposizione. Il Parlamento, i cui membri sono scelti da un'oligarchia di pochissime persone, è ormai ridotto ad una funzione di presa d'atto notarile delle decisioni del governo e l'ultima proposta è addirittura di far votare i soli capogruppo, ciò che significa di fatto mandare e casa le camere. Ebbene, questo processo ha avuto un momento decisivo in questa direzione nella commissione bicamerale, presieduta dai "riformisti" D'Alema e Boato.
Le forze "riformiste" hanno dato un concreto segno di "rinnovamento" partecipando attivamente alle manovre finanziarie di scambio di banche e giornali caratterizzate da fenomeni di sostanziale corruzione finanziaria ed ancor oggi si assiste senza reazione ad un ulteriore finanziamento pubblico senza alcuna garanzia ed alcun controllo reale delle banche in crisi.
Potrei continuare a lungo, ma a questo punto la domanda è evidente: che razza di "riformismo" è questo? Scusate se dissento dal coro, ma a me questa pare nè più nè meno che una politica reazionaria.
Vediamo il risultato di questa politica, se lo vogliamo, con chiarezza: i falsi "riformisti" riempiono i loro discorsi di parole vuote ed incomprensibili per nascondere l'incapacità e la mancanza di volontà di lottare per soluzioni diverse da quelle attuate dalla classe dirigente; i veri riformisti, per paura di rotture, finiscono per limitarsi anche loro per lo più ad espressioni generiche e vuote. Di qui la grave crisi del partito democratico. Nel dibattito a "L'infedele", per fare un esempio, tra vuotaggini di programma ed arzigogoli sugli schieramenti, Cofferati si è ridotto di fatto a non poter dire più nulla di significativo, il che, se mi si permette, non si attaglia certo all'intelligenza ed alle capacità dell'uomo, personalmente non corrotto ma imprigionato nella logica del partito-chiesa.
Dissentendo anche qui dai cori, del tutto assurda e determinata dalla stessa logica mi pare la tematica del referendum elettorale, in cui il problema è di fatto se applicare il sistema maggioritario ad oltranza ad una coalizione predeterminata o ad un solo partito.
Ebbene, il sistema maggioritario, di partito o di coalizione che sia, è profondamente antidemocratico ed anticostituzionale. Le assemblee elettive devono rappresentare, nel bene e nel male, il popolo nei suoi schieramenti. Si può pensare ragionevolmente, per evitare l'eccessiva frammentazione, di introdurre una soglia di rappresentanza minima come in Germania (cosa assolutamente non necessaria nel Parlamento europeo, che non esprime il governo dell'Europa ed ha funzioni per lo più consultive) , ma poi i voti devono essere conteggiati in modo paritario in base al principio che vale nel Sudafrica di Nelson Mandela, ma dovrebbe valere anche da noi (se, come dice la Costituzione, tutti i cittadini sono uguali), di un uomo uguale a un voto. Invece con l'attuale sistema, e ancor più con quello che uscirebbe da un referendum, chi ha la maggioranza relativa avrebbe automaticamente quella assoluta, e per di più con eletti predeterminati senza neppure possibilità di preferenze. Al "porcellum" si sostituirebbe il "superporcellum"!
Per fare un esempio, se un partito avesse il 30 % e gli altri avessero ciascuno percentuali inferiori, il primo prenderebbe una supermaggioranza,gli altri (che pure sarebbero maggioranza nel paese) dovrebbero stare a guardare e chi li ha votati sarebbe cittadino di seconda categoria.
Ma anche in questo caso vi sono dei "superriformisti" (vedi l'allora presidente della bicamerale di infausta memoria) che non a caso hanno dichiarato di voler votare positivamente.
Siamo arrivati ad uno dei livelli più bassi della nostra storia: una volta tanto il popolo viene chiamato a decidere, e tra cosa? Tra due soluzioni con ciascuna delle quali verrebbe di fatto esautorato.
Tutto questo mentre il paese sta affrontando una crisi economica gravissima che richiederebbe un forte rafforzamento, e non certo lo svuotamento, della democrazia.
La mia insignificante opinione è che dobbiamo uscire ad ogni costo da questa logica e che come primo passo dobbiamo chiedere con forza che il dibattito politico si trasferisca dal vuoto senza senso e senza costrutto ai problemi ed alle soluzioni reali.
29 aprile-2 maggio 2009




Alberto Filippi mi ha inviato il seguente commento:


E' il senso di riformismo che è cambiato.Il centro sociale è l'impresa e pertanto tutto ciò che favorisce l'impresa è riformista.Il lavoratore, operaio e impiegato non rientra nelle nuove centralità.Il manager invece sì, potrebbe diventare la nuova grande risorsa del paese, la centralità rivoluzionaria: Berlusconi, Marchionne,ecc. ecc.E tutti saranno lì a osannarli a cominciare dal PD


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