lunedì 18 gennaio 2010

JEFFERSON, ROOSEVELT E LA COSTITUZIONE



Si potrebbe discutere di questo problema da un punto di vista storico, ma le ultime uscite di Berlusconi (applaudito dalle schiere dei servi opportunisti di cui è ormai è piena l'Italia), che non nasconde la sua volontà di modificare anche formalmente la Costituzione, da lui definita bolscevica e comunista (come tutto ciò che non gli piace), costringono a chiarire.



Viene in soccorso anche qui Michael Moore con il suo splendido film "Capitalism a love story", commovente in particolare nella parte in cui richiama l'insegnamento di Franklin Delano Roosevelt, che per l'origine della Costituzione italiana è particolarmente importante.



Prima però bisogna capire cosa intendevano per diritti di libertà i grandi rivoluzionari americani ( e francesi e tedeschi e inglesi e italiani ) del Settecento e dell'Ottocento.



Jefferson, l'autore della Costituzione americana, la prima illuminista ad essere fatta propria da uno stato nella realtà, dichiarava che una ribellione del popolo era periodicamente necessaria come monito alla classe dirigente per il mantenimento della democrazia e per rinvigorire l'albero delle libertà. Non aveva nessuna fiducia nella classe dirigente capitalista, al punto di affermare, come Michael Moore ha giustamente ricordato, che le istituzioni bancarie sono più pericolose degli eserciti per la libertà del popolo. Nella costituzione americana si parla sempre di potere del popolo e non vi è alcun riferimento ad un sistema capitalista come quello che poi di fatto in America ha prevalso.



Roosevelt cercò di opporsi. Mise in guardia (v. mio intervento precedente ) contro il rischio di una formazione di un potere oligarchico assoluto che avrebbe di fatto distrutto la democrazia. In vari discorsi, tra cui uno documentato in video nel film di Moore, afferma l'idea che con lo sviluppo verificatosi negli USA la semplice proclamazione formale dei diritti di libertà della Costituzione era insufficiente. La libertà formale - diceva - senza libertà dell'uomo dal bisogno è inutile. Nessun uomo potrà essere veramente libero finchè non gli saranno in concreto riconosciuti il diritto ad una retribuzione adeguata ai bisogni suoi e della famiglia, e quindi il diritto al lavoro; il diritto alla casa; il diritto all'istruzione ed all' assistenza sanitaria. Solo con l'effettiva acquisizione di questi diritti fondamentali ogni uomo può acquisire una sua dignità ed essere veramente libero anche di parlare, di esprimere opinioni, di muoversi, di scrivere senza condizionamenti. Solo l'intervento del potere pubblico per limitare lo strapotere dei capitalisti, continuava a ripetere Roosevelt, può creare le condizioni per l'esercizio reale dei diritti dell'uomo. Questi infatti in concreto scompaiono quando il lavoratore è ridotto a schiavo ignorante sottopagato e senza potersi curare adeguatamente.



Era precisa intenzione di Roosevelt, terminata la guerra, tradurre in leggi queste affermazioni ed è probabile che se fosse vissuto la storia avrebbe fatto un passo in avanti.



Ciò come si sa non accadde e la storia degli USA e del mondo è stata bloccata, mentre ora stiamo assistendo alla logica conseguenza di questa scelte, la degradazione del sistema. Questo degrado si accentua tanto più quanto meno i politici riescono a capire la relazione tra la crisi e i meccanismi del capitalismo, cosicchè siamo arrivati al punto che l'umanità rischia l'estinzione.



Ma, e la Costituzione italiana? Non voglio richiamare svariati interventi di autorevoli costituzionalisti. Basta comunque leggere i discorsi di Roosevelt per capire che è proprio nel suo pensiero che va cercata l'origine del nostro dettato costituzionale, scelta resa possibile dalla sconfitta del nazifascismo e dalla vittoria in quel momento di idee semplicemente democratiche.



Parlare di comunismo, allora come oggi, è solamente assurdo e paranoico per la semplice ragione ( che chissà perchè nessuno vuole intendere ) che un sistema comunista ( tale, per dirla con Marx, da garantire a tutti il soddisfacimento dei loro bisogni in cambio dell'apporto di ciascuno secondo le sue capacità ) non è mai esistito in concreto (come si dovrebbe sapere per Marx i nomi non contavano, contavano gli effettivi rapporti di produzione ) e costituisce semmai come poteva dire Gaber un'antica speranza o come potremmo pensare noi un ideale di un futuro sicuramente non vicino.



Quello che invece fa paura è il fatto che la costruzione di una società democratica razionale e tendenzialmente egualitaria mette in pericolo i privilegi delle classi che sono al potere i cui esponenti non riescono nemmeno lontanamente a pensare che è proprio il loro sistema ( che è solo fuorviante chiamare con i nomi di sistema liberale o di mercato, e che bisogna chiamare col suo nome cioè capitalismo) alla base della crisi e del degrado.



La nostra Costituzione, in quest' ottica, è stata gradualmente svuotata dall'interno e ridotta per lo più ad un guscio vuoto puramente formale. Il bisogno prioritario della nostra società non è quindi per nulla quello di riformarla (salvo aspetti assolutamente marginali), ma , al contrario, di attuarla effettivamente, se vogliamo cominciare a risalire il baratro in cui stiamo precipitando. Infatti il degrado politico e culturale è strettamente collegato a quello del capitalismo italiano, indebolito come altri e probabilmente più di altri dall'evoluzione mondiale e dall'impetuosa crescita senza freni del capitalismo schiavistico cinese. Non si tratta quindi solamente di una questione di corruzione personale di pochi o tanti, ma di un'intera classe dirigente allo sbando, compresa quella che avrebbe dovuto dirigere il movimento dei lavoratori, che ha perso il senso della sua stessa esistenza e si rifugia nelle controversie di potere personali dove trionfa, per dirla con Guicciardini, "il particulare".
Più che mai attuale è perciò il richiamo del nostro piccolo grande sardo Antonio Gramsci alla necessità di una grande riforma intellettuale e morale. E su questa strada crediamo sia molto importante quello che un grande rivoluzionario come Jefferson e un grande presidente come Roosevelt ci hanno insegnato.



18 gennaio 2010



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